Non solo preferenze….

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La politica italiana, ancora una volta, rischia di perdere di vista ciò che davvero interessa agli italiani. La recente bocciatura alla Camera dell’emendamento che avrebbe reintrodotto il voto di preferenza ha acceso un dibattito acceso tra partiti e commentatori, dopo un voto terminato con uno scarto di appena un voto (188 contrari e 187 favorevoli). Ma la domanda che dovremmo porci è un’altra: è davvero questa la priorità del Paese?

Ogni giorno famiglie, lavoratori e imprese si confrontano con salari insufficienti, costo della vita, pressione fiscale, liste d’attesa nella sanità, sicurezza, crisi demografica e competitività economica. È su questi temi che si misura la credibilità della politica, non sulla capacità di trasformare una riforma elettorale in una bandiera identitaria.

Naturalmente il tema delle preferenze merita rispetto. Ogni strumento che rafforzi il rapporto tra eletto ed elettore rappresenta un valore per la democrazia. Ma sarebbe un errore raccontare ai cittadini che il semplice ritorno delle preferenze possa, da solo, risolvere la crescente distanza tra istituzioni e società.

C’è poi un elemento che invita a una riflessione meno emotiva e più onesta. Dal 1994 ad oggi si sono alternati governi di centrodestra, centrosinistra, governi tecnici e maggioranze guidate dal Movimento 5 Stelle. Sono cambiate più volte le leggi elettorali, ma le preferenze non sono mai tornate stabilmente nelle elezioni politiche. Questo significa che la responsabilità non appartiene a una sola parte politica: appartiene all’intero sistema. È difficile oggi trasformare questa vicenda in una battaglia di principio quando, per oltre trent’anni, nessuno ha davvero modificato quell’impianto.

Esiste poi un altro aspetto raramente evidenziato nel dibattito pubblico. L’emendamento respinto non eliminava completamente i candidati blindati: prevedeva infatti capilista bloccati affiancati dalla possibilità di esprimere preferenze sugli altri candidati della lista. Listini bloccati come premio di maggioranza in caso di vittoria. È quindi legittimo domandarsi se il confronto politico non sia stato, almeno in parte, più simbolico che sostanziale. Ma soprattutto occorre evitare una semplificazione che rischia di alimentare nuove illusioni.

L’astensionismo continua infatti a crescere anche nelle consultazioni dove le preferenze esistono già, come molte elezioni regionali, comunali ed europee. Segno evidente che il problema non risiede esclusivamente nella legge elettorale, bensì nella qualità dell’azione politica, nella capacità di mantenere gli impegni, nella trasparenza delle istituzioni e nella fiducia che esse riescono a costruire giorno dopo giorno.

La democrazia non vive soltanto dentro una cabina elettorale. Vive nella serietà delle decisioni, nella competenza di chi governa, nella capacità di ascoltare i cittadini e di trasformare le promesse in risultati concreti. Per questo sarebbe auspicabile che il Parlamento dedicasse la stessa energia impiegata nelle dispute sulle regole del voto alle grandi questioni che attendono risposte: crescita economica, occupazione, sanità, infrastrutture, natalità, sicurezza, giovani, pensioni e sostegno alle famiglie.

Perché le regole sono importanti.

Ma ancora più importante è dimostrare agli italiani che la politica sa essere all’altezza delle loro aspettative. Solo così si ricostruisce la fiducia. Solo così si rafforza davvero la democrazia. E, qualunque sia la legge elettorale, una convinzione dovrebbe unirci tutti: partecipare resta il primo dovere civico. Andare a votare significa continuare a essere protagonisti del futuro del nostro Paese.