C’è una domanda che attraversa silenziosamente i bilanci di migliaia di Comuni italiani: è meglio continuare a inseguire crediti che, nella maggior parte dei casi, non saranno mai riscossi, oppure recuperare almeno ciò che è realmente recuperabile e restituire ossigeno ai conti pubblici?
Con la delibera approvata il 9 luglio, l’amministrazione comunale ha scelto di aderire alla cosiddetta rottamazione quinquies per i tributi affidati all’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Una decisione che potrebbe consentire di recuperare parte dei circa 12 milioni di euro di crediti oggi fermi nei bilanci comunali, offrendo ai contribuenti la possibilità di pagare il capitale dovuto con l’azzeramento di sanzioni, interessi e aggio. Non è un condono. È, piuttosto, una scelta di realismo amministrativo. Per anni il dibattito pubblico ha contrapposto il principio della fermezza fiscale alla necessità di aiutare cittadini e imprese in difficoltà. Ma la realtà racconta altro. Esistono milioni di euro iscritti nei bilanci degli enti locali che restano formalmente esigibili, ma che nella pratica hanno probabilità sempre più ridotte di essere riscossi. Nel frattempo quei crediti pesano sui conti, alimentano il Fondo crediti di dubbia esigibilità e limitano la capacità dei Comuni di investire in servizi, manutenzioni e opere pubbliche. In Italia il tema della riscossione locale rappresenta una delle grandi questioni irrisolte della finanza pubblica.
I residui attivi si accumulano anno dopo anno, immobilizzando risorse che esistono solo sulla carta e che finiscono per comprimere la capacità di spesa degli enti locali. Nel frattempo, cittadini e imprese convivono con cartelle risalenti anche a vent’anni fa, spesso aggravate da interessi e sanzioni che rendono il debito sempre meno sostenibile e, di conseguenza, sempre meno riscuotibile.
Non si tratta di premiare chi non paga. Si tratta di distinguere tra il rigore e l’accanimento contabile.